Salta ai contenuti. | Salta alla navigazione

Strumenti personali
This is SunRain Plone Theme
Tu sei qui: Home / conosci il museo / collezioni / Pinacoteca

Pinacoteca

I dipinti che costituiscono il nucleo di opere della Pinacoteca di Palazzo Farnese, oltre a coprire un vasto periodo temporale (dal XIV al XIX secolo), hanno provenienze diverse: vi sono dipinti pervenuti qui da chiese piacentine o da collezioni private, oltre ai dipinti facenti parte della serie dei Fasti Farnesiani.

Tra le varie collezioni si segnala la Collezione Rizzi-Vaccari, che ha arricchito il nucleo eterogeneo della Pinacoteca con dipinti e sculture che vanno dal XIV agli inizi del XVI secolo. Grande risalto per l’opera più importante della Pinacoteca: il Tondo rappresentante la Madonna che adora il Bambino con San Giovannino di Alessandro Filipepi, detto il Botticelli.

 


Da vedere

     

    Collezione Rizzi - Vaccari


    Adorazione dei Magi - Simone de' Crocefissi - seconda metà sec. XIV

    La Collezione Rizzi-Vaccari fu donata ai Musei Civici di Palazzo Farnese da Augusto e Mariapina Rizzi alla fine del 2006 per onorare la memoria dei genitori Paola e Luigi.
    Diciassette dipinti e tre sculture lignee policrome (secc. XIV e XV) compongono la collezione, coprendo un arco temporale che va dal Trecento agli inizi del Cinquecento. I dipinti, molti dei quali di piccole dimensioni, creati per altaroli privati, sono di pregevole qualità e attribuiti a Jacopo del Casentino, Andrea Bonaiuti, Simone de’ Crocifissi, Giovanni da Milano e altri. Due frontoni per cassoni nuziali datati alla metà del Quattrocento  completano la collezione.

    Tondo di Botticelli

    Tondo Botticelli
    Madonna adorante il Bambino con San Giovannino - Alessandro Filipepi, detto il Botticelli - 1475-80 ca. - Provenienza: Castello Landi di Bardi

    Il dipinto proviene dal castello Landi di Bardi, citato in un documento della famiglia già nel 1642; nel 1860 il castello cambiò proprietà diventando demanio del Regno d’Italia, che lo donò infine al Comune di Piacenza.
    Sono rappresentati la Madonna inginocchiata che adora il Bambino, adagiato su un lembo di mantello della madre, appoggiato su un cuscino di rose recise; alla sinistra sta San Giovannino. Due cespugli di rose fungono da quinte e si aprono verso un paesaggio mutuato dalla lezione leonardesca.
    Una finta cornice rettilinea in legno riporta la scritta dorata: “QUIA RESPESIT HUMILITATE ANCILE SUE”, tratta dal Canto del Magnificat, derivante dal Vangelo di Luca (1, 46-55).
    Il soggetto è costruito secondo il testo apocrifo trecentesco di Giovanni De Cauli da San Gimignano in cui si narra di San Giovannino in atteggiamento adorante verso Gesù Bambino. Questo tema iconografico trovò fortuna proprio nel periodo di realizzazione del tondo qui in esame, grazie al maestro di Botticelli, Filippo Lippi, che lo usò per la prima volta intorno agli anni ’50 del Quattrocento.
    Il gesto del Bambino rimanda all’episodio della circoncisione.
    L’autografia del dipinto non è mai stata messa in dubbio, anche per l’affinità stilistica con altre opere del Botticelli, quali la Madonna del Magnificat degli Uffizi (1481-83) e la Madonna del libro della collezione del Museo Poldi Pezzoli (1483-85); qualche dubbio sulla figura del San Giovannino invece sorge e forse è da ritenere opera della bottega.
    La splendida cornice intagliata e dorata è originale; reca tracce di policromia che fanno supporre che le foglie della parte centrale fossero originariamente colorate con lacca verde. Le foglie, le spighe di grano, i fiori e i nastri alludono allegoricamente alla fecondità, vitalità e salvezza, in linea quindi con il messaggio del dipinto.

     

    Il profeta Isaia e il re Davide


    Il profeta Isaia e il re Davide - Camillo Boccaccino - 1530

    Sulle due ante d’organo, provenienti dal santuario di Santa Maria di Campagna di Piacenza, una maestosa architettura funge da sfondo ai profeti Isaia, a sinistra, e Davide, a destra. I due protagonisti si appoggiano simmetricamente agli alti piedistalli di colonne ioniche, sui quali campeggiano epigrafi latine che preannunciano la venuta del Redentore. Isaia tiene in mano un cartiglio, simbolo del suo libro; Davide, col ricco copricapo  che allude alla condizione regale e il piede sinistro sulla testa del gigante Golia, regge una viola, che ricorda la sua passione per la musica.

    La purificazione


    La Purificazione - Carlo Francesco Nuvolone  - 1645

    Pala d’altare commissionata dalla Congregazione dei Mercanti di Piacenza per la chiesa di San Vincenzo. Rappresenta con toni di raffinata morbidezza il duplice episodio raccontato dall’evangelista Luca: la Vergine, quaranta giorni dopo il parto, in ottemperanza alle leggi ebraiche, si reca al Tempio di Gerusalemme per purificarsi e per riscattare il piccolo Gesù col sacrificio di un agnello (per gli Ebrei i bambini appena nati appartengono a Dio e non ai genitori).

    Giosuè ferma il sole


    Giosuè ferma il sole - Ilario Spolverini  - 1721-27


    Commissionato come il precedente da Dorotea Sofia di Neoburgo, rappresenta una delle battaglie decisive del popolo d’Israele in cammino verso la terra promessa: Giosuè chiede a Dio di fermare il sole e la luna per poter annientare definitivamente gli avversari Amorrei. La scena è spettacolare: in una vasta piana circondata da monti si svolge una tumultuosa battaglia. Il disco solare indicato da Giosuè campeggia al centro (mentre dietro le montagne a destra si intravede il chiarore della luna). A destra e a sinistra l’inseguimento di due re contribuisce a disporre le schiere in un vortice centrifugo. L’effetto pittorico è straordinario ed esalta i combattimenti e le figure.

    Ulisse si sottrae all'incantesimo di Circe grazie all'aiuto di Mercurio


    Ulisse si sottrae all’incantesimo di Circe grazie all’aiuto di Mercurio - Gaetano Gandolfi  - 1766

    In questo dipinto è raffigurato uno dei più celebri episodi dell’Odissea. In primo piano i compagni di Ulisse, dopo aver bevuto dalla brocca avvelenata,  si stanno trasformando in maiali, mentre il dio Mercurio, con l’elmo alato e il caduceo, interviene a sottrarre Ulisse dallo sguardo soggiogante di Circe. La linea serpentina che anima la composizione e i colori tenui si riallacciano  ancora all’estetica rococò.

    Ritratto del conte Giacomo Rota con il suo cane


    Ritratto del conte Giacomo Rota col suo cane - Gaspare Landi - 1798


    I bottoni della giacca dorati come il collare del cane alludono allo status elevato dell’effigiato. Consueto simbolo di fedeltà, l’animale guarda con amore il conte secondo un espediente da sempre utilizzato per conferire maggiore verosimiglianza al ritratto, quasi l’animale potesse riconoscere il padrone seppur soltanto dipinto.

     


    Visita virtuale

    Pinacoteca



    Galleria immagini

    Share |